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venerdì 28 ottobre 2011

L'alba degli zombie: l'alterità, il contagio, il mostro post-coloniale



Aprile 2011. 
In libreria è presente un nuovo volume, tre saggi, tre autori eccezionali: Danilo Arona, Selene Pascarella e Giuliano Santoro. Non solo. Il libro è impreziosito da una gustosa intervista a George Romero dello studioso Paolo Zelati. Insomma, finalmente un saggio straordinario, ricco di sorprese e di regali, cultura a 360°, per noi voraci fruitori, zombie musi-cine-letterari, affamati di vera cultura. 
Il titolo è L’alba degli zombie, voci dell'Apocalisse: il cinema di George Romero. 
L’opera, oltre a essere una vera miniera d’informazioni sul cinema di Romero e non solo (il sottoscritto ringrazia calorosamente), è veramente illuminante nel delineare e sviscerare la figura dello zombie, la sua iconografia, le ragioni culturali, economiche e sociali che hanno portato questo mostro, questo amabile buontempone, a popolare le nostre metropoli. 
Ma cosa si può trovare in questo fantastico saggio? 
Innanzitutto il libro descrive, attraverso alcune milestone, la storia di questi simpatici non-morti attraverso il cinema, la letteratura, la filosofia, le scienze sociali, la cultura popolare. Il volume individua una data cardine, il 1968, con il capolavoro The night of the living dead. 
Ci si trova subito di fronte a una seria analisi molto approfondita da cui si originano diverse direttrici che vengono successivamente ampliate nelle pagine che seguono. Infatti i film "of the living dead" vengono sapientemente analizzati in tutte le loro componenti, dalla trama, alle scelte estetiche dei registi, alle implicazioni politico-religiose e morali, al sistema economico, al problema etico, tutto quanto ha determinato la nascita, ovvero l’alba dell’icona-zombie. 
Ho trovato veramente illuminante l’analisi socio-antropologica di questa icona, ravvisando dei collegamenti con il lavoro dell’antropologo Michael T. Taussig, professore alla Columbia University e autore del testo The Devil and Commodity Feticism in South America. Questo testo parla del movimento sindacale dei contadini nella valle di Cauca dove è stata introdotta forzatamente la monocultura della canna da zucchero già dall’epoca colonialista spagnola e mostra come da questa frizione sociale, dall’epoca del colonialismo a oggi, scaturisca la figura del Demonio, El Tio, come viene affettuosamente chiamato dagli autoctoni. L’alba degli Zombie cita espressamente proprio l’esempio delle popolazioni coinvolte nella monocultura della canna da zucchero accomunandole a quelle presenti ad Haiti, delineando una particolare e illuminante analisi di antropologia comparata relativa al ruolo dell’icona-zombie all’interno delle società. 
Provo ad approfondire quest’aspetto perché che mi è molto caro. Per prima cosa, non ci vuole molto per capire che siamo nell’ambito dei rapporti sociali legati ai sistemi economico-religiosi. In particolare, emergono in maniera molto chiara il disagio e la frizione, in termini sociali, che rappresenta l'imposizione del proprio sistema religioso e, di seguito, del proprio sistema economico (basato sulla schiavitù in epoca coloniale e sul salario in epoca più recente) a popolazioni che hanno già i propri. 
Per le popolazioni indigene si è trattato di un completo ribaltamento culturale. Senza entrare nel dettaglio delle pratiche magiche o delle credenze come effetti che ha prodotto l’imposizione del sistema religioso ed economico europeo sulla popolazione indigena, vorrei menzionare un divertente aneddoto, definito barocco dal suo autore Lévi-Strauss, che dovrebbe chiarire il ribaltamento della prospettiva di queste popolazioni al momento dello sbarco dei colonizzatori nel nuovo mondo: «Nelle Grandi Antille, pochi anni dopo la scoperta dell'America, mentre gli Spagnoli spedivano commissioni d’inchiesta per stabilire se gli indigeni fossero o no dotati di un'anima, questi ultimi si occupavano di immergere i prigionieri bianchi sott'acqua per verificare, con una sorveglianza prolungata, se il loro cadavere fosse o meno soggetto a decomposizione». 
Al di là del pregiudizio etnocentrico di entrambe le società, c’è da chiedersi principalmente come abbia impattato l’introduzione forzata della monocultura in un sistema economico basato sullo scambio e sui rapporti sociali. Quali effetti ha portato la trasformazione del contadino precoloniale e preliberista in schiavo prima e salariato poi? Gli elementi che segnano il mutamento di prospettiva e determinano il meccanismo di sostituzione sono sostanzialmente due, frizione sociale e sincretismo religioso. Ma cosa c’entrano con gli zombie?

Il decostruzionismo dialettico ha prima individuato e poi messo in evidenza come la rimozione dei rapporti sociali dai sistemi economici abbia sviluppato nell’immaginario collettivo una sorta di magia delle merci e degli oggetti. Poi c’è un elemento più generale rappresentato da un cambio di prospettiva culturale agli inizi del ‘900 che interessa tutte le culture, soprattutto la nostra. Si fa riferimento alla nascita dell’economia come scienza avulsa dal contesto sociale. Insomma, agli inizi del ‘900, l’economia inizia a perdere il valore di economia politica in senso aristotelico, laddove l’economia era considerata economia di persone e rapporti sociali e non economia intesa solo come scienza di indici e di grafici dotati di linea di tendenza. 
Faccio un esempio concreto: se ho del denaro e voglio investirlo o acquistare delle azioni posso portarlo in banca e attendere che questo s’incrementi. Nel fare questo, generalmente non considero più che dietro il mio interesse c’è un fitto scambio di rapporti sociali ma osservo, come per magia, la mia percentuale e il denaro che si incrementa. Il problema nel mio caso non si pone, dal momento che di denaro non ne ho. Ma, a parte facili battute, quello che voglio chiarire è che la percezione che il denaro, alla fine, sia un oggetto inanimato e la consapevolezza che sono i rapporti sociali tra le persone che lo incrementano, diviene ogni giorno più labile. La verità è che questo concetto, nella società attuale, passa in secondo piano in favore della magia di una fruttificazione del denaro. 
Il simbolismo latente all’interno della nostra società mostra anche nella scelta dei termini l’animismo legato a questi aspetti. Parliamo di bull market o di bear market per mercati in rialzo o in ribasso quasi a rappresentare il denaro come un essere animato che possa incrementare da sé la propria prole. Ci sono esempi diffusi che mostrano come un sistema ideologico, basato su questo grosso equivoco, mistifichi e feticizzi continuamente, attraverso varie simbologie, qualsiasi aspetto del nostro vivere quotidiano. 
E i rapporti sociali, il lavoro, le persone? 
Sì, perché sono sempre le persone il vero valore dei nostri sistemi. Oggi, il mandato è chiaro, dalle persone dobbiamo difenderci. Ebbene la magia, il misticismo che scaturisce dalle merci unitamente alla cancellazione dei rapporti sociali e del concetto di alterità, e il sincretismo religioso arrivano a determinare quella frizione sociale particolare che determina l’ansia del diverso e la nascita di quello che, con una geniale intuizione, il libro L’alba degli zombie identifica e poi definisce chiaramente come il Monstrum post coloniale. 
Sono rimasto impressionato da questa definizione che, con tre parole, sintetizza tutta una serie di relazioni storiche, antropologiche e sociologiche che culminano nel nostro vivere quotidiano. Non mi dilungo su ciò che lo scontro di sistemi economici e sociali ha portato all’interno di queste culture, rituali, feticci, demoni, zombie, pratiche magiche varie. Una cosa è certa. Il sistema preliberista delle popolazioni della filiera della canna da zucchero in Sud America e ad Haiti si basava sulle relazioni sociali, il sistema liberista (che i rapporti sociali li ha progressivamente rimossi tutti, in virtù della magia delle merci), ha imposto il proprio sistema religioso creando un Monstrum che per Haiti è diventato lo zombie. 
Ma Romero si spinge più avanti. Questo processo simbolico di rimozione dell’alterità e di creazione della magia e successivamente del mostro, come illustra chiaramente il saggio con delle intuizioni geniali, si sposta progressivamente anche presso la nostra società. I motivi? Esattamente quelli sopra descritti. 
Arona riporta, a un certo punto del saggio, un passo di Paolo Zelati: «La notte dei morti viventi ha anche il merito di sottrarre il cinema horror per usare le parole di Carpenter “all’abbraccio mortale del gotico e di trasportare l’orrore che, sino ad allora, era quasi sempre stato ritratto e identificato in un luogo “altro”, direttamente negli Stati Uniti d’America». Arona, Zelati e Carpenter si riferiscono all’estetica filmica e alle scelte artistiche ma questo periodo mi fa pensare all’operazione culturale, in senso sociale e politico, che esegue Romero nel far nascere gli zombie nella nostra rassicurante società dei consumi, mostrando come essa non sia immune al contagio culturale ma sia impregnata fino alle fondamenta da questo germe magico-economico. 
Per Romero, diversamente da altri registi che hanno voluto raccontare lo zombie, non c’è un posto circoscritto in cui far nascere il mostro dell’alterità. Anche la nostra società, è luogo «altro». La nostra società si prepara all’apocalisse psichica. La nostra cultura vede l’alba degli zombie e l’inanimato, ciò che è morto, come per magia inizia a muoversi e il male, lungi dall’essere l’ennesimo rapporto sociale (ovvero ciò che l’uomo può commettere nei confronti di un proprio simile), assume magicamente un valore ontologico.
Non solo. Lo zombie per alimentarsi ha bisogno di distruggere l’altro, di mangiarlo, di consumare. È animato da una fame inesauribile. A pagina 77 del libro, ne L’alba degli zombie si legge: “Si sottolinea come terreno da conquistare, in una situazione di super-emergenza, sia ancora di natura squisitamente economica” parlando di un centro commerciale. Il diavolo, El Tio, presso le popolazioni in Sud America, lo zombie, presso le popolazioni di Haiti, il morto vivente nella nostra società, tutti diventano il simulacro dell’alterità negata e sublimata nella magia delle merci.
La paura dell’alterità diventa fobia del contagio.
È evidente, nel saggio, come la zombificazione dei rapporti sociali sia una malattia culturale, la trasformazione di una classe sociale che sopravvive alla propria morte (senza rapporti sociali la società muore), la perpetuazione di un sistema basato sui consumi che impara a mangiare l’altro per sopravvivere.   Ne consegue, come illustra Arona riprendendo il tema della teofagia, come il discorso verta sempre su questioni che sublimano l’aspetto religioso e pulsionale, a cui aggiungerei, se mi è consentito, partendo da questa sua calzante intuizione, quello economico. 
In questo contesto, il contagio è la trasmissione di un morbo concettuale che viene «inoculato» nelle coscienze dalla mistificazione culturale che opera nella nostra società. Concludo sperando di non aver annoiato e invitando chiunque legga queste mie laboriose righe a leggere questo saggio meraviglioso che, spiegando gli zombie, parla di noi. 

(Luigi Bonaro)


giovedì 25 agosto 2011

Il re di bastoni in piedi. La morte, la vita, il rovescio della medaglia.


Maricò, Maria Consiglia, è una ragazza semplice. Segue il suo destino senza lamentarsi. Come tutti, desidera ma non chiede, è quasi rassegnata a seguire gli eventi e ad accettarli come se fossero un disegno già prestabilito. Non un desiderio, né un filo di trucco, né un abito più aggraziato, lei che è una bella ragazza: la Cenerentola di casa Serena.
Serena era il nome della madre, che morendo le ha lasciato la pensione e la responsabilità di una sorella depressa e della zia Cettina, ormai anziana. Maricò è cresciuta in fretta. È faticoso per Maricò portare avanti casa Serena ma lei lo fa di buon grado badando alle responsabilità, mentre la spensieratezza e la giovinezza le scivolano tra le mani. Lei è consapevole di questo. L’unico uomo che ha capito fino in fondo Maricò è quel raffinato e colto signore che tutti chiamano Don Cecè che abita da sempre a casa Serena.
Don Cecè è anziano e vuole bene a Maricò come una figlia, la porta a teatro tra i notabili della città. “Vestiti bene” le dice.
Maricò non lo ascolta ma adora Don Cecè per la sua cultura e per la sua gentilezza d’animo; lui che, a un certo punto, dovrà morire. Lo hanno detto le carte.
Sì, perché Maricò ha il dono della preveggenza. Sogna avvenimenti futuri e legge le carte. Ma non abusa di questo, lo fa solo per gli amici.
Qualche tempo dopo, Don Cecè muore. Lascia tutto a Maricò, beni, onori e oneri. Don Cecè le lascia i diari che contengono delle verità scottanti su Vittorio, un boss della malavita vittima della solitudine, e su Amoroso, il suo avvocato.
La mancanza di Cecè acuisce sempre più questa solitudine degli affetti che la consuma dall’interno. Fortunatamente, Maricò si riprenderà la spensieratezza e l’amore che le spettano semplicemente camminando a piedi nudi verso la stanza di Raul, un commissario di polizia che lavora per i servizi segreti, venuto ad abitare a casa Serena.
Questa la storia delle tante solitudini e degli isolamenti voluti o imposti da una realtà che non perdona. Al contempo, è la storia di una ragazza del sud sullo sfondo di una Napoli soffocata dalla criminalità e dall’omertà di una popolazione vessata e ridotta alla povertà più assoluta dagli interessi di pochi malavitosi senza scrupoli.
La narrazione è ridondante, gronda di riferimenti popolari, quasi un dipinto di usi e costumi del sud, con i suoi colori, musicalità del dialetto e dignità della vita nonostante le mille difficoltà. La storia di tante persone oneste che “tirano avanti” in una realtà difficile. Ma non sono persone che si scoraggiano o si arrendono, esse vivono con intensità e ponderatezza la loro vita nel modo migliore possibile.
Un romanzo che racconta della gente in modo serio, condotto con ironia. Un libro che narra del sovrannaturale, radicato nella credenza popolare, quello che si tramanda attraverso i secoli durante i racconti pomeridiani delle signore anziane che ricamano davanti all’uscio di casa, sedute su piccole sedie impagliate. Le ho viste.
Il sovrannaturale come tradizione dimenticata nel chiasso del baccano multimediale. Realtà dimenticate da cui scaturisce l’elemento oscuro. Ma la chiave interpretativa di Francesca Battistella si configura come una sorta di sovrannaturale positivo che aiuta l’uomo e lo avvisa degli eventi nefasti, lo salva dal male. Qui, il sovrannaturale non viene inteso nell’accezione comune, ovvero potenze oscure, spesso malvagie, che opprimono l’uomo, ma rappresenta una sorta di alone protettivo, quasi un riferimento all’antico deus ex machina, che si propone nel momento in cui qualcosa di nefasto sta per accadere e aiuta gli uomini onesti.
La stessa vita di Maricò sembra per certi versi sostenuta da figure sovrannaturali che la conducono, senza che lei lo voglia, verso la felicità.
Da questo romanzo si evince che il male non è ciò che può scaturire da un ignoto elemento sovrannaturale. Il male si trova in ognuno di noi. Ma si è in tempo per cambiare. In questo senso, il re di bastoni in piedi si configura come il segno di tutto questo, è una carta fatale, presenta un forte valore simbolico nella misura in cui rappresenta il lato oscuro dell’uomo.
È vero, Faber est suae quisque fortunae nella misura in cui l’uomo può compiere il bene o il male secondo la sua volontà ma la Battistella, come i vecchi saggi orientali o i vecchi contadini del sud, riporta tutto sotto il cielo.
Questa prospettiva di una presenza silenziosa, extramondana, caratterizza tutto il romanzo rendendolo unico nel suo genere. Per questi motivi, il libro propone differenti chiavi di lettura.
Sicuramente, il testo si presenta come una sorta di giallo anomalo, una specie di noir popolare non per questo meno efficace dal punto di vista delle strategie letterarie allo scopo di creare tensione.
Il libro non si limita a questo, offre uno spaccato antropologico molto realistico delle condizioni sociali che muovono le vite dei personaggi, ivi inclusi temi molto discussi quali l’omosessualità. I personaggi sono caratterizzati in modo molto dettagliato ma non è un raccontare i personaggi, è piuttosto un mostrare le loro vite, attraverso le pagine, quasi un sipario che si apre sulla cucina di Maricò e su quello che vi avviene, dalla ricercatezza di un’espressione dialettale a una rappresentazione realistica della vita come solo De Filippo riusciva a fare. Non a caso quest’ultimo, nelle sue lezioni all’Università di Roma, ha descritto come prendevano vita i suoi personaggi. Il drammaturgo seguiva per ore delle persone che lo avevano colpito e ne traeva, poi, i tratti somatici, i modi di fare e di agire, dando vita a personaggi molto realistici.
Lo stile del romanzo è molto leggero. È quella capacità di raccontare una storia rendendola piacevole sebbene si parli di omicidio, pedofilia, violenza, del Re di Bastoni in piedi, della morte che si configura, in questo caso, in virtù del “tutto sotto il cielo”, semplicemente come il rovescio della medaglia, la Vita. Infatti, ai personaggi del Re di Bastoni In Piedi non resta che vivere nel modo migliore possibile. E, sebbene vi sia un clima molto oscuro diffuso nel romanzo, questo viene stemperato da una narrazione ironica che trasforma la vicenda di Maricò in una bella storia, infine, una storia di buoni sentimenti, una Speranza per chi sa coglierne il messaggio.

(Luigi Bonaro)

giovedì 11 agosto 2011

Lullaby, la farfalla d’inchiostro e la proiezione onirica


“Solo immagini fuggenti come una notte di mezza estate in cui credi che la giovinezza ti permetta di poter realizzare i sogni. Una foto che sbiadisce man mano che ti avvicini per guardarla. Un tramonto che troppo in fretta si trasforma in una notte buia senza stelle e senza luna.”
Come in A Midsummer Night's Dream, Barbara Baraldi ammanta il lettore di una nebbia fatata in virtù della quale ci si trova sognanti sul “limitare del bosco” già dalle prime pagine. Ma il bosco Shakespeariano da lei ricordato viene trasformato in incubo, un incubo quotidiano perché è così che succede sempre.
E, come sempre, è di scena l’inconscio, il bosco archetipico. Il lettore viene fatto accomodare, come davanti a un palcoscenico silenzioso, ed ecco che il sipario rosso si apre. In scena è presente la semplicità dei sentimenti contro la complessità degli istinti.
Il protagonista è l’oscurità, il ragno che arriva dolcemente attraverso le ombre del sole calante, cercando la paura nell’oscurità. Barbara ricorda il brano di Robert Smith e non a caso.
Lullaby mostra come nessuno sia buono o cattivo ma è evidente come tutti siano malati di umanità laddove l’istinto muove ciò che la ragione paralizza, il tutto con una sensibilità molto particolare e con una complessità che compare al lettore come rara semplicità. Come Bukowski, secondo cui “Il genio è un uomo capace di dire cose profonde in modo semplice”, così, nelle pagine del romanzo, è presente un narrare molto semplice che arriva dritto ai meandri dell’essere, mostrando ciò che in genere si tiene scrupolosamente nascosto, per consuetudine, per timore, pudore… o paura.
E, in risposta al solito maschilismo di Henry Chinaski, qui è una donna, una scrittrice geniale, a raccontare magistralmente la Paura, questa “farfalla nera d’inchiostro”, come Barbara ama immaginarla, che vola lontano man mano che la narrazione volge al termine.
Ė uno scrivere con gli occhi chiusi quello di Lullaby, una narrazione onirica e una traccia sfortunatamente troppo vicina alla realtà. Come in un sogno, i particolari dell’esperienza quotidiana vengono a essere rielaborati in una sorta di rappresentazione che è l’immagine di una realtà distorta e irreale, che è lo specchio della vita.
Giada, la ragazzina nera, è una giovane come tante. Ė ribelle e reagisce a un sistema sociale che perpetua e impone stereotipi sociali. Anche Marcello è un ragazzo come tanti. Marcello scrive e attende l’ispirazione davanti allo schermo nero di un computer, sullo sfondo di una vita che va sempre più in pezzi, non lavora, sua madre è malata, gli si secca il sangue. Questi sono gli eroi di Lullaby, i protagonisti, persone che la società attuale classificherebbe come ragazzina disadattata e disoccupato depresso. Ma Barbara sceglie loro, racconta le loro storie e dal loro punto di vista e poi gli dà nuovamente quella fiducia, quella voce che la società gli aveva tolto impunemente. Lullaby racconta l’orrore della disperazione nella vita di ogni giorno. Non ci sono personaggi straordinari né eventi soprannaturali in queste pagine, è semplicemente la vita, la storia degli umili, dei piccoli. Ė la verisimiglianza verghiana della Lupa, ma, al contempo, è l’orrore di quel luccichio della scure al sole, che si abbatte sul rifiuto sociale del diverso, quel rifiuto che tramuta gli uomini in mostri.
Per questo motivo Lullaby ha profondi riferimenti che hanno radici solide nella produzione letteraria del passato.
Non si può parlare di una vera e propria analogia con i Vinti verghiani, né con gli Umili manzoniani. Ai Vinti della Baraldi manca la lotta drammatica contro il destino e gli Umili di Lullaby non hanno la provvidenza divina che li guida nella storia. Tuttavia, si percepisce in tutto il testo una misteriosa aura sovrannaturale che non è esplicita, ma solo accennata, quasi come percepita dai personaggi attraverso coincidenze, piccoli indizi della presenza silenziosa di una realtà nascosta, il vero motore della storia, che scorre sotto le vite di questi due ragazzi semplici che chiedono solo di poter vivere.
La ragazzina nera, Giada, ricorda molto Rosso Malpelo, gli altri che “hanno paura di vederselo comparire dinanzi, coi capelli rossi e gli occhiacci grigi”. E anche di Giada molti hanno paura, ma lei, come Rosso Malpelo, ha poi un’umanità disarmante. Entrambi rappresentano una diversità sociale e i diversi colori, la ragazzina nera e il ragazzo rosso, sono simbolo di qualcosa. Entrambi, per la società, rappresentano il male, entrambi sono vittime di un disagio, entrambi vivono ai margini e pagano con l’ostracismo il loro desiderio di essere amati.
Se la caratterizzazione dei personaggi ricalca per certi versi una traccia verghiana, anche il prologo con la descrizione della natura presso l’acquedotto, ad esempio, ricorda molto le meravigliose rappresentazioni letterarie del primo novecento. Si pensi all’introduzione di Malaria:
“Vi nasce e vi muore il sole di brace, e la luna smorta, e la Puddara, che sembra navigare in un mare che svapori, e gli uccelli e le margherite bianche della primavera, e l'estate arsa, e vi passano in lunghe file nere le anitre nel nuvolo dell'autunno, e il fiume che luccica quasi fosse di metallo, fra le rive larghe e abbandonate, bianche, slabbrate, sparse di ciottoli”.
Dunque, sebbene vi sia un riferimento molto forte alla precedente tradizione letteraria, Barbara introduce il noir e lo fa senza fronzoli e, come fosse un pittore, aggiunge semplicemente al suo quadro dei nuovi elementi. Ma anche il Noir, in Lullaby, viene trattato in modo innovativo.
Non voglio dilungarmi oltre, ma un elemento molto interessante, oltre all’ironia che viene sapientemente gestita e alle altre innovazioni stilistiche portate nel genere dalla Baraldi, è il fatto che, diversamente dai romanzi Noir, dove le atmosfere sono molto cupe e oscure, qui sono descritti dei paesaggi molto caldi e luminosi.
Le atmosfere evocate dal romanzo non vengono assolutamente penalizzate per questo. Leggendo Lullaby, il Noir, il Nero si rivela, prorompe forte, dal fondo dalle passioni dei personaggi, e si insinua nel cuore di tutti noi.

(Luigi Bonaro)

giovedì 21 luglio 2011

Survivor, di Chuck Palahniuk: la scrittura del paradosso


Preghiera per ritardare l'orgasmo
Preghira per perdere peso

Preghiera per rimuovere le macchie di muffa

Preghiera per prevenire la caduta dei capelli
Preghiera per indurre l'erezione
Preghiera per il silenzio dei cani che abbaiano

Preghiera per il silenzio degli allarmi delle auto
Preghiera per evitare di pagare il parcheggio
Preghiera per le perdite delle tubature
Preghiera per aumentare la sensibilità vaginale

Preghiera contro l'eccessiva sudorazione

Preghiera per torvare la lente a contatto perduta

Queste sono solo alcune delle preghiere di Tender Branson, ultimo sopravvissuto al suicidio di massa di una setta religiosa americana. L’ultimo dei Creedish, Tender si trasforma, grazie a un agente spregiudicato a caccia di soldi, da umile domestica a famoso predicatore multimediale. Tender non sceglie. Che sia domestica o predicatore è abituato a seguire le indicazioni impartitegli dalla setta, dagli abitanti ricchi della casa presso cui presta servizio, dal suo agente spregiudicato. Tender rappresenta il ragazzo cresciuto alla scuola dell’ipocrisia di una società che si mostra perfetta.
Palahniuk a riguardo ha commentato: “I libri non sono mai quello che si pensa che siano. Survivor rappresenta davvero il nostro sistema educativo. Troppo spesso avverto come la sensazione che i bambini siano formati nel miglior modo possibile per essere solo degli ingranaggi di una grande macchina aziendale, ma non in modo da creare loro stessi la propria di azienda. Essi non saranno mai autonomi, possono arrivare a essere solo buoni impiegati.”
Palahniuk con il suo romanzo fa inceppare qualcosa in questo meccanismo ben oleato.
Survivor
incrina il sistema del pensiero ordinario.
Un uomo solo alla cloche di un Boeing 747 sta registrando un lungo messaggio sulla scatola nera del volo 2039 prima di lanciarsi in una folle picchiata suicida sulle coste dell’Australia.
Ė la storia della presa di coscienza di Tender raccontata al contrario, dalla fine, secondo quanto Chuck stesso afferma nel suo “The 'Quilt' Versus the Big 'O'”. La forma definita da Chuck come “the Big O”, è ciò “(…) che Fitzgerald ha impiegato per il Grande Gatsby e che Capote ha usato per Colazione da Tiffany. È una forma classica di trama che io ho usato per Fight Club perché è facile da impostare e seguire. Si inizia alla fine o alla crisi della storia.”
Ė un’interpretazione rovesciata del sogno americano quella che prende vita nelle pagine di Survivor. Solo che, in virtù dell’Arte Maledetta di Palahniuk, questo sogno diviene una sorta di incubo assurdo.
Ma quali sono le componenti di questa scrittura del paradosso? Cosa rende così assurdo e al contempo così godibile questo romanzo?
Nel 2007, Palahniuk scrisse diversi saggi; in uno di questi si parla dell’Assurdità: “Come compito a casa, scrivi la tua versione di “My Life with R.H. Macy” e di “Dusk e These Fierce Pajamas”. Prova a delineare un ambito, a descrivere una cornice di un sistema sociale complesso, un lavoro, una struttura burocratica stratificata. Scrivi successivamente un secondo racconto impiegando il sentimento di delusione per accelerare qualcosa, fallo crescere progressivamente fino a farlo esplodere nell’assurdo. Impiega malattia o droghe o sonniferi o privazione come “device”, come strumento, un qualsiasi elemento di stress che possa degradare la sanità mentale del tuo narratore fino a caricare il racconto di eventi ordinari tali da fargli assumere un peso profondo e drammatico. Ricordati di entrare subito nella storia, come un pezzo punk.”
In Survivor si mantiene lo stile letterario Pulp caratterizzato dalla ridondanza di aggettivi e avverbi, proprio adesso che gli autori non sono più pagati un tanto a parola come nei vecchi e sgargianti magazine di genere, allo scopo di dare vita a una narrazione densa di segni e amplificata dai simbolismi, così come Chuck descrive nei suoi saggi. O meglio, non intendo dire che il suo editore lo paghi un tanto a parola come avveniva con i vecchi scrittori Pulp. La finalità è raggiungere l’assurdo, trasformare le vite monotone di tanti ingranaggi obbedienti in una rappresentazione oscura e grottesca o per svelare l’assurdo che è celato dietro la vita ordinaria. In quest’arte del paradosso si legge tutto il nero del nostro quotidiano. Chuck crea un personaggio che rappresenta una chiave interpretativa della realtà moderna.
Tender Branson è l'ultimo di una setta religiosa ed è stato educato per servire qualsiasi individuo che intenda esercitare su di lui il proprio arbitrio.
Ma come si innesca questo processo? La risposta che è nel libro sembrerebbe quella più comune ma in questo contesto risulta volutamente assurda, sinistra, e viene impiegata da Palahniuk in modo molto provocatorio: “Il miglior modo di conservare un lavoro è fare quello che ti chiedono.”
E ancora istruzioni e dedizione assoluta: “Il miglior modo per cancellare macchie di sangue dal bagagliaio di una macchina è di non fare domande in proposito (…) per ostinate macchie basico-proteiche, come lo sperma, provate a risciacquare con acqua salata fredda, poi lavate come al solito. Questo lo si può considerare apprendimento durante il lavoro.
Sentitevi liberi di prendere nota.”
Ma ecco, tra le righe delle nozioni e del lavoro instancabile compare l’umanità di Tender, il tarlo della consapevolezza che progressivamente lo autodetermina. Salirà su quell’aereo per raccontare al mondo la storia dei tanti Tender, dall’ultimo dei Creedish, alla domestica, al predicatore e la sua storia è il racconto di un ragazzo come tanti, soffocato dalle maglie della società. Prenderà quell’aereo. Anzi lo ha già preso.
“Ogni volta che pulite una macchia, un pesce, una casa, vi convincete che state rendendo il mondo un luogo migliore, ma state solamente lasciando che le cose peggiorino. Pensate che forse, lavorando duro e velocemente, potrete riordinare il caos, ma poi un bel giorno state cambiando la lampadina nel patio con una lampadina che dura cinque anni e realizzate che potrete cambiare quelle lampadine forse altre dieci volte e poi sarete morti. Il tempo scorre implacabile. Non avete più l’energia di sempre. Comincia la parabola discendente. Cominciate a cedere.”

(Luigi Bonaro)

giovedì 7 luglio 2011

Uomini e Spettri


GLI AUTORI E LE OPERE

Una madre e una figlia di Antonino Alessandro, Pioggia di Marco Caudullo, Legami di Simone Corà, Il buio è dentro di me di Daniele Picciuti, Quando ritornano di Matteo Poropat, Presto, molto presto di Floriana Niobe Puccini, I cuori di Flora di Francesco Rago, Il volo delle falene di Nicola Roserba, Lucifero in provetta di Francesco Stefanacci, La bella lavanderina di Andrea Viscusi

A CURA DI
Alex Visani
______________

Uomini e spettri è una raccolta di storie che narrano fondamentalmente dell’inconscio umano. Le storie ripropongono al lettore la tematica del dubbio e della variazione sul tema della razionalità, il fallimento dell’ordine concettuale di fronte a un fitto universo simbolico denso di relazioni, troppe perché si possa ignorarle.
E questi racconti narrano tutti di una impercettibile flessione all’interno del vissuto quotidiano, di quello “strato” di realtà, come scrive Remo Scienza - il personaggio di Daniele Picciuti - nel suo diario, “più denso e all’apparenza invisibile, che se osservato attentamente si fa di colpo nitido.”
I racconti contenuti in Uomini e Spettri sono rivelazione e rappresentazione di ciò che è invisibile, per nostra scelta, della condizione dell’uomo come «animale sospeso fra ragnatele di significati che egli stesso ha tessuto» come diceva Max Weber riferendosi alla nostra cultura.
E cultura si trova in queste pagine, ma anche recupero di radici ancestrali, sepolte dall’uomo moderno, tradizioni lasciate indietro nell’ansia della modernità di una società che è riuscita a cancellare addirittura la morte.
La lettura di questo volume si potrebbe quasi definire un viaggio iniziatico verso la scoperta del sé dimenticato. In questo senso, i racconti, al di là del piacere che si possa provare nel leggere buona letteratura, si configurano come un canale interpretativo dello strato sottostante al nostro sistema logico-culturale, come una specie di medium che, riconsiderando volutamente la riscoperta degli archetipi dell’oscurità, li rende nuovamente visibili in virtù di un oscuro misticismo e della rimozione del principio di non contraddizione nella relazione soggetto/mondo e in quella naturale/sovrannaturale.
Il sovrannaturale emerge prepotente raffigurato nel Monstrum che uccide l’incredulità e rende giustizia all’interiorità dell’individuo. Mediante la narrazione si arriva infatti a una percezione deformata, amplificata, degli elementi comuni della vita attraverso una trasformazione “alchemico-letteraria” del naturale in culturale, dell’inconscio nella sua mostruosa rappresentazione.
La pietra filosofale di questi scrittori alchimisti è costituita dall’utilizzo di un codice letterario maledetto che instaura un legame differente tra i diversi segni e i loro referenti, e viene da loro impiegato con rara maestria al fine di offrire al lettore la meravigliosa manifestazione di una realtà prodigiosa, allegoria di ciò che è, bello o brutto che sia, in tutti noi. Da questo scaturisce l’oscuro fascino che anima le pagine di questo meraviglioso volume.
Ė facile categorizzare come pura invenzione l’universo magico che viene rappresentato in storie come queste prendendone le opportune distanze razionali e relegandone i contenuti alla definizione di letteratura di genere. Riguardo questo atteggiamento riporto un commento di Ludwig
Wittgenstein, tratto dalle sue Note sul "Ramo d’oro": «Frazer dice che è molto difficile scoprire l’errore nella magia – questo è il motivo per cui essa sopravvive così a lungo: per esempio una invocazione che abbia lo scopo di attirare la pioggia prima o poi risulterà sicuramente efficace. Ma allora è davvero strano che gli uomini per tanto tempo non abbiano scoperto che prima o poi piove comunque .[...] Qui si può solo descrivere e dire: così è la vita umana ».

(Luigi Bonaro)


giovedì 30 giugno 2011

Il manuale del contorsionista, di Craig Clevenger

John Dolan Vincent (o se preferite Daniel Fletcher, oppure Eric Bishop) è un falsario con un’intelligenza superiore alla norma. Ha una caratteristica somatica molto insolita, sei dita della mano. Tossicomane, si fa di codeina, painkiller, anfetamine, lassativi, barbiturici e perché no, sigarette. E caffè, tanti, troppi. Va spesso in overdose. Entra e esce dalle cliniche psichiatriche sempre con nome diverso.

Il manuale del contorsionista contiene tutti gli elementi del noir, quello duro. Droghe, medicine, crimine, mafia, falsificazione. Ma chi è il contorsionista? Cos’è il contorsionismo e come questa particolarità si esplica nell’esperienza del personaggio di Clevenger?

Da Wikipedia: “Il Contorsionismo è una particolare disciplina che prevede l'assunzione di posizioni del corpo innaturali.”

Ma come si diventa contorsionista?

È tutto scritto nel Manuale.

“Trova un nome: Controlla le lapidi, I necrologi, gli obitori, le Bibbie in vendita. Cerca qualcosa di familiare ma non ovvio, distinto ma che non rimanga impresso: Norton, Dillon, Harris.

Cerca un nome che provenga da un mestiere: Cooper, Porter, Taylor, Donner, Thatcher, Barber, Farmer;

Oppure un nome che derivi dai materiali: Wood, Silver, Steel;

dalla flora: Branch, Fields, Weed;

dalla fauna: Wolf, Bird, Crow, Hawk;

dai titoli: Sage, King, Pope, Priest;

dai colori: Black, White, Green”

La costruzione delle false ma verosimili identità si esplica attraverso la ricerca febbrile dei certificati di nascita, insistendo presso i vari uffici anagrafici che il certificato mostrato - falso - non risulta perché non presente nei loro archivi; nonché attraverso le visite negli ospedali e nei cimiteri, alla ricerca di una falsa parentela. Le identità aiutano John Vincent a confondersi nella massa per sfuggire tanto alle autorità, quanto alla criminalità organizzata a cui John ha rifiutato di unirsi.

John o, se si preferisce, Daniel o Eric, passa indenne attraverso ospedali psichiatrici, prigione e tentacoli della mafia, compiendo rocambolesche acrobazie grazie alla sua innata propensione per la matematica e la falsificazione, che lui applica in modo funambolico per togliersi dai guai.

Ciò che è veramente rivoluzionario nel Manuale del Contorsionista, oltre agli elementi tipici del Noir, è l’impiego della logica del poliziesco. Dalla narrazione emerge il metodo scientifico, quello di Poe e Doyle per intenderci, solo che questo metodo nel libro viene applicato al contrario. Ed ecco che le varie categorie vengono combinate per diventare parte di un quadro semantico con significati differenti dal solito. Il lettore è costretto a pensare con la mente di John Vincent, inizia ad applicare la sua logica contorta e acrobatica. Perché è così. Nel libro si parla di logica.

Il meticoloso investigatore di Arthur Conan Doyle impiega la logica per arrivare alla verità. Il lettore si diverte nel seguire il concatenarsi delle cause e degli effetti da parte del protagonista. Nel contorsionista/falsificatore di Clevenger succede la stessa cosa ma il metodo viene ribaltato. Ma come è possibile che Clevenger riesca a sovvertire in questo modo la ferrea logica del poliziesco?

Nel numero 22 di Sherlock Magazine, nell’articolo: “L’avventura del razionalista pentito” è presente la seguente domanda: “Come è potuto accadere che lo stesso Doyle si sia poi fatto alfiere di un movimento irrazionalista basato su palesi mistificazioni?”

Tento di rispondere alla domanda.

Una verità, a mio avviso, si può rinvenire in quello che sosteneva Karl Popper nel libro Le fonti della conoscenza e dell’ignoranza: “ (…) di regola, la verità non è manifesta. La cosiddetta verità manifesta (…) ha costantemente bisogno, non solo d’interpretazioni e di asseverazioni, ma anche di reinterpretazioni. Per pronunciarsi in proposito e per formulare qualsiasi teoria (…) è necessaria una autorità, e questa autorità può imparare a condursi arbitrariamente e cinicamente.”

Dunque, l’interpretazione della verità muove da un principio arbitrario.

Poi, se si volesse prescindere da epistemologie pessimistiche, c’è un altro elemento da considerare, il famoso discorso sull’abduzione.

Umberto Eco nel libro Il segno dei tre- Holmes, Dupin, Peirce, mostra chiaramente come lo stesso concetto di abduzione muova da presupposti irrazionalistici pur essendo appartenente alla logica del ragionamento scientifico: “L’abduzione è il primo passo del ragionamento scientifico (…) e (…) l’unico tipo d’argomento che origina una nuova idea è un istinto che fa assegnamento su percezioni inconsce di connessioni tra aspetti diversi del mondo.” Quello che Clevenger fa sperimentare al suo personaggio, come del resto facevano Doyle e Poe, è un ruolo di autorità arbitraria che interviene razionalmente nelle logiche di ragionamento. In più, rispetto ai suoi colleghi Dupin e Holmes, John Vincent, oltre a intervenire sulle logiche, le falsifica.

La narrazione è affrontata da Clevenger provando, quasi forzando, le diverse possibilità narrative e applicando le lezioni/nozioni di Italo Calvino, uno dei maestri a cui l’autore non ha mai negato di attingere. Nel libro si possono apprezzare infatti tutte le caratteristiche delle lezioni americane: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità. La storia si apre mostrando delle vere cartelle cliniche (ovviamente falsificate, questa volta dall’autore e non dal personaggio) del Los Angeles County Department of mental health del Queen of Angels Hollywood Presbyterian Hospital; referti medici con tanto di terapia, diagnosi e firma del medico, tutti riguardanti John Vincent.

Elementi eterogenei come l’uso di droghe, stimolanti e barbiturici, le trasformazioni del personaggio, le atmosfere cupe dell’Hard Boiled, conferiscono al libro un fascino particolare. Lo stile richiama molto quello di Spillane, la narrazione in prima persona crea identità tra il narratore/personaggio e il lettore, il quale si trova irrimediabilmente costretto a cambiare identità assieme a John e a viverne le esperienze come se fossero sue. Ma questo è solo un esempio di quanto si può trovare in questo libro veramente godibile e divertente.



(Luigi Bonaro)


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