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giovedì 27 ottobre 2011

28 Giorni Dopo: London Calling, di Michael A. Nelson, Declan Shalvey e Nick Filardi (Comma 22)


“BE THANKFUL FOR EVERYTHING FOR SOON THERE WILL BE NOTHING”

Si sa che di fronte a prodotti editoriali che seguono la scia di franchise di successo, il rischio è sempre che, al di fuori del nome, esista poco della qualità del prodotto originale cui quel successo è dovuto.
Il franchise in questione è 28 Giorni Dopo, nato dallo splendido film diretto dal regista Danny Boyle (Trainspotting, Sunshine, Slumdog Millionaire; non vorrei ma devo menzionare anche The Beach) e scritto da Alex Garland, a cui è seguito il non troppo esaltante 28 Settimane Dopo, girato da Juan Carlos Fresnadillo.
Sgombro subito il campo da qualsiasi dubbio: non siamo davanti ad alcun atto di “lesa maestà” nei confronti dell’opera di Boyle. La qualità c’è.

Scritta da Nelson, disegnata da Shalvey e colorata da Filardi, la storia del fumetto si colloca nello spazio temporale tra i due film. Selena, una dei tre sopravvissuti di “Casa Worsley”, viene assoldata come guida dal giornalista americano Clint Harris. Destinazione: Londra, oltre i limiti della quarantena verso il cuore dell’infezione, per scoprire la causa del contagio. Comincia così un viaggio dove il pericolo non sarà rappresentato soltanto dagli infetti d’Inghilterra, velocisti e affamati come chi ha visto i film ben sa.
In conformità alla pubblicazione americana, London Calling dovrebbe essere il primo dei sei volumi che compongono le vicende di Selena.

Le premesse, per chi non fosse fan dei film, non appaiono come le più originali: una donna con un passato tragico e il senso di colpa della sopravvissuta guida un gruppo di ingenui nell’ultimo posto sulla Terra in cui bisognerebbe andare, con un conseguente gioco al massacro. Ma la verità è che, proprio quando ci si aspetta che la storia abbia preso dei binari arcinoti, Nelson sa piazzare dei colpi di scena in grado di ribaltare la situazione, e il bisogno di sapere come i protagonisti usciranno da un guaio peggiore dell’altro fa crescere l’attesa nei confronti del volume successivo.
Non ci troviamo di fronte a particolari stravolgimenti dei canoni del genere, ma l’autore dimostra di saper dare alla narrazione il giusto ritmo, senza alcun calo di tensione. Forse, una pecca che i fan del primo film potrebbero trovare sta nella scelta, almeno in questo primo volume, di privilegiare l’azione rinunciando alla contemplazione di quei grandi scenari abbandonati e silenziosi che erano la cifra stilistica dell’opera di Boyle (o almeno della prima metà).
Se i disegni di Shalvey fanno il loro ottimo lavoro, sono i colori freddi della tavolozza di Filardi, accesi solo dagli occhi iniettati di sangue degli infetti, a dominare le tavole. La luce livida e le tonalità spente ci ricordano a ogni passo (o vignetta) che l’Apocalisse è già avvenuta.
Una menzione speciale per la qualità va alle stupende copertine di Tim Bradstreet, in grado di rappresentare iconograficamente una perfetta Apocalisse in salsa punk anni ’70, ottimo richiamo al London Calling del titolo.

28 Giorni Dopo: London Calling non sconvolgerà il vostro universo, ma vi darà il grande piacere, con stile e giusta dose di tensione, di tornare nel Regno Unito, in mezzo agli infetti creati da Danny Boyle e Alex Garland.

(Marco Battaglia)



martedì 25 ottobre 2011

Tutto inizia dalla fine: intervista ad Andrea G. Ciccarelli, direttore editoriale di saldaPress



Se i lettori italiani hanno svariati motivi per essere grati a saldaPress, i lettori italiani di horror ne hanno di enormi. Dal 2005, infatti, saldaPress ha il merito di portare in Italia, in un’ottima veste grafica e volumi ben curati, una delle serie a fumetti di maggior successo degli ultimi dieci anni: The Walking Dead, epopea zombie frutto del genio di Robert Kirkman e della matita di Tony Moore (presto sostituito da Charlie Adlard), da cui è stata tratta la serie TV campione di ascolti.
Come se non bastasse, dal 2009 saldaPress decide di inaugurare una apposita collana a fumetti dedicata agli zombie, dal nome tanto semplice quanto efficace: “Z”. Vedono così la luce per il mercato italiano opere come Fragile, di Stefano Raffaele; Raise the Dead, scritto da Leah Moore (figlia di Alan) e dal di lei consorte John Reppion, per i disegni di Hugo Petrus; Gli Zombie che Divorarono il Mondo, di Jerry Frissen e Guy Davis.
Inoltre, il blog http://zetacomezombie.blogspot.com/, gestito da saldaPress, costituisce sempre una fonte interessante di notizie e curiosità a tema.
Dal momento che The Walking Dead (serie TV) sta per tornare in onda con la seconda stagione, il decimo volume del fumetto sta per uscire e a noi gli zombie piacciono tanto, abbiamo avuto l’occasione di fare qualche domanda ad Andrea G. Ciccarelli, direttore editoriale di saldaPress, a proposito di “Z”, di horror a fumetti, di TWD e, ovviamente, di zombie.

Per quanto il termine sia spiacevole, si parla ormai da mesi di “fenomeno zombie”, è sotto gli occhi di tutti. Eppure, voi pubblicate The Walking Dead già dal 2005 e nel 2009 avete inaugurato ufficialmente la collana “Z”, con Fragile. Siete stati voi a essere più bravi degli altri, o sono stati gli altri a essere più lenti?

Mi è già capitato di rispondere a domande simili a questa e più o meno la mia risposta è sempre che nella vita è questione di una giusta misura di naso e cu… fortuna. Nel caso di TWD si è trattato proprio di questo: naso nell'intuire la bellezza della serie scritta da Robert Kirkman (e gli sviluppi che avrebbero potuto avere le vicende di Rick & co.) e cu… fortuna nel pubblicarla in Italia prima che diventasse la hit di vendita che è oggi. Certo, a questo va aggiunto anche un lavoro di diversi anni sulla collana "Z" che, per come la vedo io, è quello che fa la differenza nel lavoro di un editore. Credo che le piccole case editrici siano le più adatte a fare questo lavoro di scoperta dei nuovi temi e tendenze proprio perché, a differenza delle grandi, il legame tra la curiosità personale dell'editore e i libri che la sua casa editrice pubblica è più diretto. Peccato che in Italia le grandi case editrici facciano di tutto per rendere difficile questo lavoro alle piccole, non capendo l'importanza per tutti di un ecosistema editoriale dove case editrici piccole e grandi convivono.

Ci può raccontare come avete scoperto e deciso di pubblicare The Walking Dead? All’epoca, vi aspettavate che il fumetto avrebbe avuto un tale successo planetario?

Ci è stato proposto da Image Comics di diventare l'editore italiano di TWD. Credo che al tempo negli USA fosse uscito solo il primo volume (forse anche qualche albo del secondo perché mi ricordo i dubbi sul cambio di disegnatore. Dubbi che, con il senno di poi, anche se comprensibili, – il cambio di stile era netto – non avevano motivo di essere: Tony Moore è bravissimo ma Charlie Adlard è perfetto per TWD). L'ho letto e mi sono innamorato del ritmo narrativo che Kirkman aveva dato alla storia, della sua capacità di restare fedele al canone Romeriano sfruttando la potenzialità propria del fumetto seriale di creare una storia zombie che continua. Così, molto semplicemente, abbiamo fatto la nostra proposta per l'edizione italiana e Image Comics l'ha accettata. Confesso che all'inizio i numeri non erano confortanti: nei primi mesi TWD vendeva pochissimo ed eravamo tutti abbastanza giù per questa cosa (una piccola casa editrice com'è la nostra si può permettere solo una manciata di titoli in passivo senza andare a gambe all'aria). Poi, pian piano, credo soprattutto grazie al passaparola tra i lettori, le copie vendute sono aumentate e, da lì, hanno continuato ad aumentare in maniera costante arrivando a costruire il successo di vendita che è oggi, E, incrociando le dita, grazie anche alla serie tv, sembra che la tendenza sia ancora quella.

“Z” offre opportunità per tutti i gusti, dalla grande epopea horror di The Walking Dead, ai sentimenti di Fragile, passando per la satira de Gli Zombie che divorarono il mondo. Può rivelarci cos’altro avete in serbo per noi?

Continuiamo a guardarci intorno alla ricerca di nuovi titoli interessanti da proporre ai nostri lettori all'interno della collana "Z". A San Diego, quest'anno, abbiamo preso accordi per pubblicare un paio di serie USA che sono sicuro piaceranno molto al pubblico italiano. Ma stiamo tenendo d'occhio anche il panorama francese dove, nel cinema come nel fumetto, si stanno facendo avanti molti titoli interessanti a tema zombie. Per adesso posso solo confermare che a inizio 2012 pubblicheremo il secondo capitolo di Raise the Dead (a parte TWD, il titolo più amato dai lettori italiani all'interno della nostra proposta zombie) e, direttamente dalla Spagna dove è ormai un hit di vendita, la parodia di TWD (la serie a fumetti e quella tv) che noi abbiamo deciso di ribattezzare The Walking MAD!. In più, per ampliare l'offerta legata a TWD, abbiamo acquistato i diritti per pubblicare in Italia The Walking Dead Chronicles il bel lavoro del giornalista e scrittore Paul Ruditis che, attraverso interviste al cast, foto, disegni e molto altro ancora, racconta la genesi della serie tv, analizzando in profondità i singoli episodi e mettendoli a confronto con la serie a fumetti.

Secondo lei, che significato ha la figura dello zombie e relativa apocalisse negli anni ’10? Cosa hanno da dirci oggi i non morti?

Posso dire che mi ha molto colpito un libro che si intitola "Il contagio" e che, invece  di zombie et similia, parla della crisi economica nel mezzo della quale ci troviamo e di come questa rivoluzionerà la nostra idea di democrazia (l'ha scritto l'esperta di economia Loretta Napoleoni). Gli zombie oggi sfilano a Wall Street per protestare contro gli speculatori della borsa che si nutrono del lavoro della gente, esiste il concetto di "zombie bank" (banche che operano nonostante siano già fallite, prendendo soldi dal Governo senza fare prestiti) e, più in generale, la zombie walk è una delle tipologie di flash mob più diffuse. Insomma, la figura dello zombie oggi è più attuale che mai e se ci fa ancora paura, ce ne fa per gli stessi motivi profondi e concreti intuiti a suo tempo da George Romero. Lo zombie porta con sé l'immagine di una forza immensa e inarrestabile che, con una logica per noi incomprensibile, rade al suolo un intero sistema sociale, lo abbatte puntando diritto alle sue fondamenta. È una paura profonda dell'essere umano che, però, come tutte le paure, racchiude al suo interno un desiderio altrettanto profondo: quello della rinascita.

Una domanda diventata di rito fin dall’uscita del film 28 Giorni Dopo, se non prima. Meglio zombie veloci o zombie lenti?

Se la domanda riguarda un parere personale, sono un tradizionalista e quindi rispondo "zombie lenti". Ma mi sembra coerente anche la spiegazione che hanno dato i produttori della serie tv di TWD: la velocità dipende da come è messo lo zombie in questione.

Sembra che il fumetto horror americano se la cavi sempre bene. Hellblazer è immortale, case editrici come Dark Horse, IDW e Image continuano a fornirci autori come Mignola, Niles, Layman, oltre ovviamente a Kirkman, solo per fare qualche esempio. Del fumetto horror italiano cosa mi dice?

Non ne conosco molti (a parte Dylan Dog che, di tanto in tanto, qualche buona storia  horror ce la propone, soprattutto quando la sceneggiatura la firma Paola Barbato) ma posso dire che, prima o poi, mi piacerebbe produrne uno proprio per la collana “Z”. Detto questo mi accorgo di aver detto una mezza fesseria perché invece di ottimi fumetti italiani horror ne conosco eccome: Gianluca Morozzi (con Giuseppe Camuncoli e Michele Petrucci) ha sceneggiato degli ottimi fumetti horror (Il vangelo del coyote e FactorY). Sotto un cielo cattivo di Matteo Casali e Grazia Lobaccaro è una bellissima epopea horror e, pur lavorando ai margini dell'horror strettamente inteso, anche Alessandro Bilotta con il suo psicanalista dei fantasmi Valter Buio ha proposto al pubblico italiano una bellissima serie a fumetti orrorifica. Forse l'industria fumettistica statunitense è solo più brava della nostra a capitalizzare le potenzialità dell'horror e a portarle a sistema. Su questo forse occorrerebbe una seria riflessione.

Mi rendo conto non essere di sua stretta competenza, ma sono sicuro che anche lei segue le vicende attorno la serie TV di The Walking Dead. Un’opinione sulla serie e su quello che sarà il suo futuro? Ovviamente mi riferisco implicitamente al licenziamento di Frank Darabont.

Credo che Frank Darabont sia un pilastro dell'adattamento tv di The Walking Dead. Il suo lavoro all'interno della prima stagione della serie non solo come produttore (showrunner, mi pare si dica in gergo) ma anche come sceneggiatore e regista è stato di vitale importanza per decretare il successo di critica e di pubblico raggiunto dalla serie prodotta da AMC.  E quindi, come spettatore,  ho preso male la notizia del suo allontanamento dalla serie anche se, dalle notizie più recenti, sembra che, pur cedendo l'incarico di showrunner al bravo Glenn Mazzara (non certo l'ultimo arrivato e comunque già coinvolto come scrittore nella prima stagione), Darabont resterà tra i produttori della seconda stagione. In generale mi sembra che il lavoro fatto per la prima stagione di TWD sia stato ottimo: due punte di assoluta eccellenza (il pilota e l'episodio Wildfire) e le altre 4 puntate che hanno soprattutto permesso ai produttori di sondare diversi registri narrativi da mettere poi a punto con la seconda stagione. Ora, con 13 puntate a disposizione, AMC dovrà concretizzare tutte quelle potenzialità che le 6 puntate della prima stagione hanno lasciato intuire. Sono convinto che l'idea di sviluppare una sorta di universo parallelo simile ma non esattamente uguale a quello della serie a fumetti sia stata una scelta vincente e, da quel poco che si è visto finora, credo proprio che la seconda sarà una grande stagione.

Grazie ad Andrea G. Ciccarelli e a saldaPress per la disponibilità.

(Marco Battaglia)



lunedì 3 ottobre 2011

El Brujo Grand Hotel, di Stefano Fantelli (Cut Up Comics)


“Spiegami ancora perché devi fare una cosa così stupida e forse, ma dico forse, non resterai single!” 
“Perché sono il Brujo. Faccio questo genere di cose, no? Mi getto nel fuoco, sono bravo in questo. È vero, Angelo?” 
“Vero! Sei bravissimo te a gettarti nel fuoco, Brujo!” 

El Brujo è un poeta, stregone, guerriero e cacciatore di fate vampire, e in quel di Bologna studia e combatte gli aspetti più oscuri della realtà, affiancato dagli angeli caduti Mela e Angelo e dal nano porno-attore Beaugeant. 
Se queste premesse non vi hanno incuriosito, immagino che poco altro al mondo possa farlo. Leggendo El Brujo Grand Hotel, due giudizi continuavano a risuonarmi in testa. Il primo viene dalla prefazione al volume, a opera di Gianfranco Manfredi: “El Brujo Grand Hotel è davvero uno strano fumetto”. Il secondo è di Danilo Arona, dall’intervista su Morbo Veneziano (che potete leggere su Knife 2): “Stefano Fantelli, ‘El Brujo’, è scrittore e sceneggiatore a mio parere geniale e fuori dal coro”. Entrambe le affermazioni sono più che condivisibili. 
El Brujo è (opera di) Stefano Fantelli, bolognese classe ’72, autore di Dark Circus (Cut Up, 2008) e Alla Fine della Notte (Mobydick, 2003), oltre che di una sterminata produzione di racconti tra antologie e riviste.  
Grand Hotel è un volume fatto di storie brevi - frammenti di narrazioni la cui lunghezza può variare da una pagina a più di venticinque - che definire autoconclusive sarebbe sbagliato visto che spesso Fantelli, una volta detto quel che ha da dire, non ci svela come le vicende abbiano termine. 
L’autore non è solo in questa avventura, ma spalleggiato da un team di volenterosi come Gianfranco Staltari, che ha scritto alcune sceneggiature, e un esteso numero di disegnatori e inchiostratori (Dario Viotti, Massimiliano Gallo, Salvo Coniglione, Francesca Ciregia, Matteo Anselmo, Rossano Piccioni e tanti altri). A Dario Viotti, in particolare, autore della “maggioranza relativa” delle tavole del volume, va il merito di un’ottima caratterizzazione grafica dei personaggi.  Inoltre, il libro è impreziosito da una galleria di disegni di alcuni tra gli artisi menzionati, a cui si aggiungono i nomi importanti di Elena Cesana, Massimo Dall'Oglio, Andrea Del Campo, Paolo Massagli, Valerio Nizi ed Emanuele Simoncini.
Una lettura superficiale dell’opera permette di enucleare tre elementi fondamentali: un’attenzione quasi maniacale verso le armi; un erotismo minaccioso, predatorio, divorante; la violenza dell’horror, che giustifica il primo elemento e dà un significato più oscuro al secondo. Ma la verità è che in El Brujo c’è molto di più. Anzi, in El Brujo c’è tutto. L’ibridazione, che è parola d’ordine della letteratura di genere in questi anni, è qui un principio espresso ai massimi livelli. Pulp, horror, western, fantasy, eros e weird nutrono Grand Hotel. E l’ibridazione non si limita al genere. Fantelli mescola registro linguistico alto e basso, sfiora istanti di puro lirismo e incesella momenti di comicità grottesca; frammenti narrativi intensi e toccanti, come “L’abbazia” o “Un amore così grande”, si alternano a episodi dal finale spiazzante, paradossale, come “Il familiare” o “Il cacciatore”. 
In Grand Hotel richiami e riferimenti si sprecano a ogni pagina, eppure non c’è un intento referenziale che si sostanzia in una ricerca della citazione a tutti i costi. Anzi, ogni citazione, esplicita o occulta, non importa quanto voluta o meno, risulta interiorizzata dalla scrittura di Fantelli, e spesso soggiogata o sbeffeggiata a seconda del momento. Sono ricorrenti i riferimenti a Dylan Dog (“questa non è Londra, è Bologna”) ma chi ritiene che il Brujo sia troppo debitore del personaggio di Sclavi ha capito poco. E avete presente Death, la Morte nel Sandman di Neil Gaiman? L’amica che tutti quanti vorremmo ad accompagnarci nel nostro viaggio nell’Aldilà? Immaginatela come una bomba sexy per la quale fareste tutto pur di averla, anche finire - appunto - nell’Aldilà. Leggete “Su quella volta che bruciammo lo scrittore”, un episodio in pieno delirio psichedelico che non può non ricordarvi il Bryan Talbot degli anni ’70 (quello di Brainstorm, per intenderci). L’incipit di “Spuntini notturni”? Ditemi se non siamo di fronte al ribaltamento dei canoni classici delle riviste horror Creepy o Eerie
In questo calderone, nemmeno la Disney si salva. E, se è per questo, neanche Amedeo Nazzari. La magia di un personaggio come il Brujo è che ne vediamo solo schegge di vita, narrazioni su media diversi e scritte con stili differenti, ed è vero ancora una volta quel che dice Manfredi nella prefazione: “quando arriverete alla fine del volume, è matematico che vorrete saperne di più sul Brujo, leggerne altri frammenti, seguirne altri percorsi”. Infatti El Brujo, non il fumetto, ma proprio lui, Brujo, è un mosaico da ricomporre, senza la certezza che il lavoro possa mai arrivare al termine. Tanti piccoli scorci di Brujo e compagni da cogliere qua e là, tra libri, fumetti, siti web. E l’illusione che lui sia lì fuori, sempre che di illusione si tratti, diventa reale. Sotto il linguaggio a tratti colorito, situazioni oltre i limiti dell’assurdo e soluzioni talvolta paradossali, El Brujo Grand Hotel si rivela un gran fumetto per palati raffinati, fuori da ogni schema. 
Astenersi lettori convenzionali. 

(Marco Battaglia) 



lunedì 11 luglio 2011

Stray Toasters di Bill Sienkiewicz (Edizioni BD)


“Qualcuno l’ha aggredita con un trapano… bucandole gli occhi, per innestarci cavi elettrici, come fosse una macchina. Poi ha inserito la spina e… ZAP. Andati i fusibili. L’amico ha invertito due cavi purtroppo. Magari poteva anche funzionare. Una cosa alla Frankenstein.” “Funzionare? E come? Da abat-jour?”
Egon Rustemagik è uno psicologo criminale, incline al bere e con un passato da paziente di clinica psichiatrica. Quando verrà chiamato per indagare su alcuni strani omicidi, si ritroverà faccia a faccia con la psicologa Abigail Nolan, suo vecchio amore, con la squilibrata e bellissima Dahlia, fiamma del suo presente, e con l’ossessionante ricordo di Mona, figura misteriosa di un tempo lontano.

Tra psicologhe sado-maso, diavoli in vacanza sulla Terra, avvocati perversi, elettrobimbi, dottori blu e inquietanti creature meccaniche, Stray Toasters è un giro sulle montagne russe della follia, un delirio letterario e figurativo in cui bisogna lasciarsi trasportare, godendo della potenza e dell’inventiva visiva di Bill Sienkiewicz.
Stili e tecniche differenti continuano ad alternarsi non solo tra una pagina e l’altra, ma anche all’interno della stessa pagina. Disegni, dipinti e collage si danno il cambio instancabilmente, in un lavoro che può ricordare per affinità un altro grande maestro come Dave McKean.
L’infanzia e i difficili rapporti famigliari sono al centro dell’opera: “Il circolo di una famiglia è un triangolo. E i triangoli hanno gli angoli acuminati.”
La lettura non è sicuramente semplice; ogni pagina è densa all’inverosimile di significati e significanti; la trama contorta e alcuni intermezzi apparentemente fuori luogo possono far desistere i lettori che hanno bisogno di avere i piedi ben saldi a terra. Per tutti gli altri, la lettura sarà un viaggio emozionante e scioccante allo stesso tempo.
Non si può non rimanere deliziati dalle chicche che appaiono una pagina dopo l’altra, come la trasmissione culinaria “La fisica è servita” di Ellen Einstein, o la nota sulla cartella del Dottor Violet: “Il bambino calvo (quello con il cane parlante) dei fumetti è encefalitico, affetto da leucemia o qualcos’altro del genere? Accertare.”
Sarà facile perdersi nella prima metà del volume, ma quando gli innumerevoli nodi creati da Sienkiewicz inizieranno a sciogliersi e le tessere del puzzle si andranno a ricomporre, sarà altrettanto facile rimanere irretiti dal tesissimo finale.

L’opera risale al 1988, è stata pubblicata per la prima volta in Italia nell’89 e accolta dal pubblico di allora con una certa freddezza. Grazie a Edizioni BD è stata ripubblicata nel nostro paese nel 2010, in un’ottima veste editoriale.
Molto interessante anche la post-fazione all’edizione italiana, scritta da Fabio Licari, con foto realizzate da Diego Cajelli su materiale della collezione privata di Francesco Bazzana, da cui cito: “in quel lontano 1989 io e tutti gli altri, rimasti un po’ perplessi dall’apparizione di Stray Toasters, eravamo soltanto al passo con i tempi. Era Sienkiewicz avanti almeno vent’anni.”

Il pacato giudizio sull’opera da parte di chi vi scrive è: imperdibile.

(Marco Battaglia)



giovedì 9 giugno 2011

Un Piccolo Omicidio, di Alan Moore e Oscar Zarate (Magic Press)

Come si fa a spiegare chi è Alan Moore a chi non lo conosce? Come si fa a dire qualcosa su Alan Moore a chi già lo conosce? Ci si prova, con la consapevolezza che le parole non saranno mai abbastanza.
Alan Moore è un genio. Con la sua maestria letteraria ha creato mondi e pietre miliari in qualsiasi genere, anzi giocando con i generi, scardinandone i dettami e ricomponendoli a piacere, dai lontani orrori di Swamp Thing negli anni ’80, alla distopia di V for Vendetta, al noir storico di From Hell (questo titolo vi ricorda qualcosa?), passando addirittura per la pornografia di Lost Girls (sì, proprio pornografia, con persone nude, penetrazioni e genitali; leggetelo e vi sorprenderà). Moore è colui che ha traghettato, insieme a Frank Miller e altri, la figura del supereroe dalla cosiddetta Silver Age alla Dark Age con un’opera rivoluzionaria come Watchmen, salvo poi pentirsene e tentare un nostalgico recupero dell’età “d’argento” con Supreme e 1963. Sono molti i film tratti dalle sue opere, nessuno dei quali gli ha reso giustizia e in cui lui ha sempre rifiutato qualsiasi coinvolgimento.
Veniamo a Un piccolo omicidio. Siamo alla fine degli anni ’80, in Inghilterra. Timothy Hole è un’agente pubblicitario di successo cui è stata affidata la campagna promozionale di una bevanda analcolica in Russia, all’alba della caduta del Muro. In crisi con se stesso e in cerca d’ispirazione torna al suo paese natale, ma durante il viaggio un ragazzino sconosciuto lo perseguiterà, cercando di ucciderlo. Chi è? Cosa vuole da lui?
Moore e Zarate presentarono quest’opera nel 1991, in aperta constatazione e critica di una cultura del successo e della superficialità, figlia della Thatcher e di Reagan, che porta l’uomo all’auto-disgregazione. Un piccolo tradimento, un piccolo egoismo dietro l’altro e non rimarrà nessuno intorno a noi o dentro di noi. Il continuo chiacchiericcio di chi ci circonda, la folla, i marchi delle multinazionali che appaiono costantemente sono i simboli dell’alienazione di ogni individuo da se stesso e dagli altri, ma gli autori mostrano la via per ritrovarsi: come Timothy Hole, viaggiare fino al luogo della propria origine e lottare all’ultimo sangue contro le figure che abbiamo tradito ogni giorno della nostra vita.
Un piccolo omicidio è una sorta di thriller lirico e profondo, che ha davvero molto da dire e insegnare. La lettura a distanza di venti anni non diminuisce il valore dell’opera, piuttosto lo accresce, dimostrando tutta l’attualità dei temi trattati e ricordandoci come la civiltà dell’apparenza e della superficialità abbia solo assunto forme e mezzi più tecnologici, ma non sia ancora terminata.
Un piccolo omicidio è anche l’occasione per gustare le bellissime tavole di Oscar Zarate, argentino, che pare sia colui che per primo abbia proposto l’idea della storia a Moore (cosa rara per chi ha lavorato con quest’ultimo). Zarate si dimostra bravissimo nel mescolare suggestioni cubiste ed espressioniste e nel dipingere con colori caldi o freddi a seconda delle necessità narrative.
Nell’opera, che prescinde da strette considerazioni di genere, c’è questo e molto altro. Sicuramente uno dei lavori più interessanti tra i tanti di Moore. Consigliatissimo.
Marco Battaglia

venerdì 1 aprile 2011

From Hell: Un brivido gelido

Un Brivido Gelido di Jason Starr e Mick Bertilorenzi (Panini Comics)

«Sei sicuro che si tratti di Mike Sheridan?»



«La descrizione combacia. E poi… Quanti altri cadaveri senza testa sono stati trovati nel’East River stamattina?»

New York. Un serial killer uccide le proprie vittime seguendo dei rituali sempre più sadici. Il detective Pavano indaga su una donna sospetta di nome Arlana, della quale tutti gli interrogati danno una descrizione completamente differente. Tuttavia, le indagini prendono una piega inaspettata quando Martin Cleary, poliziotto irlandese dedito ad alcool e risse, si presenta affermando di sapere chi c’è dietro agli omicidi. La verità potrebbe avere radici in un passato ormai dimenticato e natura non proprio di questo mondo.

Jason Starr, americano classe ’66, è considerato uno dei migliori autori hard-boiled degli ultimi anni. In Italia sue opere come Chiamate a Freddo, Piccoli Delitti del Cazzo o Doppio Complotto sono state pubblicate da Meridiano Zero e Fanucci. Siamo di fronte a un altro scrittore “tradizionale” prestato per la prima volta alla graphic novel (fenomeno ricorrente in questa collana Panini Noir/Vertigo Crime), anche se l’autore non è nuovo al mondo del fumetto, avendo lavorato in passato per DC Comics e Marvel.

Un Brivido Gelido è un thriller soprannaturale che dalle scogliere d’Irlanda ci porta tra le strade di New York, senza cali di tensione e in un continuo procedere dell’azione che spinge a una lettura tutta d’un fiato. L’impressione, però, è che, oltre ad azione e sesso, entrambi elementi sfruttati con notevole capacità narrativa, alla chiusura del volume al lettore rimanga ben poco. Al di là di una sessualità predatoria le cui forme cambiano a seconda della vittima e un brevissimo accenno alla questione Chiesa e pedofilia, che nel complesso risulta qui abbastanza pretestuoso e fine a sé stesso, manca un intento di fondo che vada oltre il mero intrattenimento, obiettivo comunque più che legittimo e pienamente raggiunto. Pur posti all’interno di una vicenda originale, sia i personaggi principali che quelli secondari risultano monodimensionali e stereotipati.

Fin dalla prima apparizione sappiamo già chi siano e quale ruolo svolgano nella storia, nessuno escluso. Abbiamo il detective buono e moralmente integro, l’irlandese alcolizzato, l’agente FBI antipatico, il prete pedofilo e una serie di comprimari fedifraghi o complessati a seconda del bisogno. Anche quando questi cambiano fronte e da buoni diventano cattivi o viceversa, lo fanno in modo talmente netto, inaspettato e ingiustificato da lasciare il lettore alquanto perplesso.


Una parola diversa va spesa per le tavole di Mick Bertilorenzi, ottimo disegnatore italiano che ha lavorato, tra gli altri, anche per DC Comics e Marvel (la presenza di italiani è un altro elemento ricorrente della collana in questione). Con uno stile classico e una perfetta composizione delle tavole, dimostra di essere estremamente abile e brillante a trattare sia la violenza che la sensualità al centro di questo Un Brivido Gelido.

È una lettura che offre sicuramente qualche momento di intrattenimento, ma prescindibile se avete un palato fine.

(Nero Cafè - Marco Battaglia)


venerdì 18 marzo 2011

From Hell: Le viscere del Bronx

"Le viscere del Bronx" di Peter Milligan e James Romberger (Panini Comics)

“Lo sapevo da quel giorno allo stretto del Bronx… Non sarei mai diventato un poliziotto. Non avrei fatto quello che si aspettavano da me.”


New York. Martin Keane ha voltato le spalle alle tradizioni di famiglia, deciso a non essere un poliziotto come il padre, il nonno e il bisnonno, e ora è uno scrittore in piena crisi creativa. Eppure, quando la moglie Erin scompare, Martin deve indagare chiedendo aiuto all’odiato genitore. Tutto sembra ricondurre allo stretto del Bronx, una desolata striscia di terra in cui il bisnonno fu barbaramente ucciso anni prima, divenuto per Erin una vera ossessione. Pagina dopo pagina, ci immergeremo insieme al protagonista negli oscuri segreti della sua famiglia e scopriremo la verità sulla moglie.

Peter Milligan, britannico, è un autore di quelli bravi. La sua carriera nel mondo del fumetto è iniziata negli anni ’80 e continua ancora oggi con grande successo.

Il tema de Le viscere del Bronx è un classico della letteratura noir thriller: non si sfugge al passato. Ovunque tu sia, tornerà a tormentarti finché non avrai la forza di affrontarlo. A volte anche con la pistola in pugno. Milligan si prende il tempo di costruire i suoi personaggi, di svelarne poco a poco i rapporti reciproci, le debolezze, le contraddizioni. Ci abituiamo alla calma apparente, al conflitto interiore di Martin Keane con il padre e con la scrittura, così che quando la moglie scompare, seguiamo con crescente tensione lo smarrimento e la febbricitante ricerca da parte del protagonista. E quando la verità emerge, il dolore che proviamo è lo stesso che prova Martin. Tuttavia in quest’opera c’è qualcosa di più. Milligan usa la crisi creativa del personaggio e il romanzo che questi sta stendendo per suggerire una riflessione sul rapporto tra vita e scrittura.

Nelle pagine di Martin ci sono le risposte inconsce ai suoi conflitti irrisolti, così come gli indizi di ciò che è accaduto e accadrà. Gli inserti del romanzo in lavorazione, comprese le note a margine fatte dal protagonista, sono il valore aggiunto di questa graphic novel. Milligan dimostra di essere abile anche nel fingere la prosa mediocre di uno scrittore in difficoltà.



Per quel che riguarda i disegni, il tratto un po’ grossolano di Romberger può far storcere il naso a qualcuno, ma il suo uso della matita e delle sfumature riesce nell’intento di dare forza e calore alla sceneggiatura.

È un’opera consigliata a chi fa lo schizzinoso e non ha ancora compreso il valore letterario di una buona graphic novel

(Nero Cafè - Marco Battaglia)


giovedì 3 marzo 2011

From Hell - Speciale Rusty Dogs 2° parte

La seconda parte dello speciale Rusty Dogs. leggi la prima parte :

Prosegue la chiacchierata di Nero Cafè con Emiliano Longobardi, sceneggiatore di Rusty Dogs.


[Nero Cafè] Io vedo le strade e le periferie degradate di Rusty Dogs come rappresentazione di tutte le strade e le periferie della letteratura crime-noir. Dare un'ambientazione americana all'opera è stato automatico, o frutto di una valutazione da parte tua? In fondo anche in Italia abbiamo la nostra non invidiabile galleria di anti-eroi, gangster e degrado sociale.

[Emiliano Longobardi] Più che un quartiere periferico, quello in cui si svolgono le storie di Rusty Dogs è un teatro di strada, un luogo narrativo che vorrebbe essere simbolo proprio delle strade e dei dedali urbani di tanta letteratura (in senso lato: narrativa, fumetto, cinema, musica).  La scelta di New York, in questo senso, è programmatica e consequenziale rispetto al desiderio di percorrere un luogo dell'immaginario piuttosto riconoscibile e che fa parte del bagaglio di tutti noi, sia che venga percepito come frammento strutturale sia che venga percepito - invece - come figlio di una "colonizzazione culturale". Comunque è presente in chiunque abbia letto libri, letto fumetti, guardato film o ascoltato musica negli ultimi trent'anni in particolare.

[NC] Quindi, se ho capito bene, il ricorrere a questo luogo dell'immaginario, già consolidato nella mente del lettore, permette a chi scrive e chi legge di far riferimento a un'ambientazione acquisita, che si estende oltre i limiti delle quattro pagine di cui ogni numero è composto.

[EL] Anche, ma non solo e non necessariamente: mi piacerebbe che le storie venissero lette a prescindere e venissero apprezzate o non apprezzate a prescindere. E' più una necessità e volontà espressiva mia. Rusty Dogs è nato anche per questo, quando - più per gioco che per altro - ho immaginato quanto sarebbe stato bello se quei disegnatori si fossero cimentati contemporaneamente con quelle atmosfere e quelle ambientazioni che mi sembravano essere elettive per i loro segni e stili.


[NC] A proposito di disegnatori. Oltre all'innegabile valore di Rusty Dogs, devi essere dotato di notevoli capacità di convincimento per aver coinvolto tutti questi grandi nomi del fumetto. Ci sono altri artisti con cui ti sarebbe piaciuto lavorare, ma sei impossibilitato per qualche ragione?

[EL] Tutti e quarantadue i disegnatori che hanno accettato di partecipare al progetto l'hanno fatto per il connubio di una serie di elementi: gli è piaciuta l'idea alla base, per la stima nonostante non sia uno sceneggiatore professionista e - in alcuni casi - per un legame di forte amicizia. Riguardo i nomi che mi sarebbe piaciuto coinvolgere, sono tanti, sia italiani che stranieri, ma non c'era e non c'è un rapporto personale che mi avrebbe permesso di non essere frainteso riguardo la questione economica: tutti i disegnatori hanno accettato di partecipare gratuitamente e in quel momento si è acceso un debito di gratitudine incommensurabile con ognuno di loro.


[NC] Mi sembra che spesso il degrado sociale, morale o fisico dei tuoi personaggi sia legato a colpe imperdonabili che questi si portano dietro, e che l'estenuante attesa di una redenzione o di un riscatto li logori da dentro. Penso a storie come "Winter interior" o "La paura del buio". Anche la "religiosità" (intesa quale moto dello spirito, e non "religione", che è concetto più istituzionalizzato) gioca un suo ruolo, come in "Revolving rules" o "Il perché delle cose". Ci sarà mai Redenzione, per chi vive sulle strade che erano di Tobey Munger?

[EL] Cerco di rispondere senza "impallare" le storie con la mia presenza: il rischio è quello di dire troppo a parole rispetto a ciò che si è voluto raccontare e al modo che si è scelto per farlo. C'è sicuramente un legame fra le tre forme di degrado cui hai accennato, anche se più che di degrado parlerei di ferita o conflitto morale. E' uno degli snodi principali di tutta la narrativa noir e crime che conosco ed è alla base di un certo approccio che ho alle cose, ma ha anche una motivazione narrativa: è difficile che senza conflitto (in senso lato) possa esistere un personaggio o possa esistere una storia e - con il poco spazio a disposizione - la possibilità di dispiegare una trama vera e propria è molto molto difficile per le mie capacità e questo mi porta inevitabilmente a indagare fra le pieghe dei trambusti interiori dei personaggi. Cerco di farlo lavorando di sottrazione ed evocatività, confidando ogni volta nel fondamentale, irrinunciabile apporto che conferiscono i disegnatori: l'espressività dei personaggi, l'atmosfera, la gestione oculata dei bianchi e - in particolare - dei neri sono ciò che può realmente decretare la riuscita o meno delle storie-non storie di Rusty Dogs. Detto questo, i concetti di colpa/redenzione e religiosità sono di certo fra gli aspetti più stimolanti, ricchi di suggestioni e appassionanti che - pur da ateo - posso immaginare nel momento in cui penso a una storia.


[NC] Data la tua esperienza di lettore, scrittore e venditore di fumetti, consiglieresti qualche opera ai lettori di Nero Cafè?

[EL] Limitandomi al crime-noir direi la collana Panini Noir della Panini Comics, che già stai recensendo su Nero Cafè. A questi titoli aggiungerei obbligatoriamente "Criminal" di Ed Brubaker e Sean Phillips (come riscrivere magistralmente un genere utilizzandone il canone più archetipico), "100 Bullets" di Azzarello e Risso (un'epopea criminale da tragedia shackesperiana, sontuoso), "Scalped" di Aaron e Guéra (ambientazione splendida, trame tesissime e disegni meravigliosi) e l'italianissimo "Cassidy" di Pasquale Ruju (un bell'omaggio al crime puro molto anni '70, divertente e benissimo disegnato).

[NC] Grazie a Emiliano Longobardi per la sua disponibilità.


(Nero Cafè - Marco Battaglia)
 

giovedì 24 febbraio 2011

From Hell: Speciale Rusty Dogs - 1° parte

Primo speciale per la rubrica From Hell curata da Marco Battaglia, dedicato a un progetto davvero interessante, Rusty Dogs, storie noir a fumetti on line sceneggiate da Emiliano Longobardi e curate con passione da una squadra di talento:

Emiliano Longobardi, di Sassari, libraio e sceneggiatore di fumetti, è l’ideatore di questo progetto ambizioso. Storie brevi autoconclusive, destinate al web, godibili da tutti, che nel limite delle quattro pagine regalano scorci di grande letteratura noir (o pulp, o hardboiled, o qualche altra etichetta, se ve ne servono). Nel far questo l’autore si avvale anche della preziosa collaborazione di Andrea Toscani, nel ruolo di editor, e Mauro Mura che, oltre a essere creatore del logo della serie e curatore grafico del blog, è anche il letterista.

Longobardi, con maestria e profondità di scrittura, ci dona, storia dopo storia, un coinvolgente affresco noir in cui le anime di chi si è perso per le strade e i vicoli di New York condividono con il lettore riflessioni, delusioni, esperienze di vita e di morte. Un compendio, ecco come lo definirei, un compendio di letteratura crime-noir. I personaggi ci sono tutti, i temi anche, e sempre trattati con originalità e capacità. Pistole, sicari, colpe, rimorsi, tradimenti, truffe, poliziotti corrotti e giornalisti pronti a scoprirli. Ogni numero di Rusty Dogs è la tessera di un mosaico, e pezzo dopo pezzo impariamo a ricostruire geografie ed eventi.

Uno dei punti di forza assoluti dell’opera, oltre al valore della scrittura, è l’ampio numero di disegnatori che ha dato il proprio appoggio e disponibilità a partecipare al progetto (che vi ricordo essere nato da idee e passione, senza alcun contributo economico). Quarantadue tra i migliori artisti del fumetto si danno il cambio per illustrare ognuno una storia diversa. Basta leggere l’elenco presente sul sito di Rusty Dogs perché saltino all’occhio nomi importanti, che hanno lavorato per editori nazionali e internazionali. È un peccato non poterli menzionare tutti, dato il valore di ciascuno di essi. Mi limiterò a citarne alcuni: Riccardo Burchielli, Lorenzo Ruggiero, Carmine Di Giandomenico, Giacomo Bevilacqua, Werther Dell’Edera, Massimo Dall’Oglio


Dal momento che sto esaurendo la riserva di lodi sperticate (meritate), invito Emiliano Longobardi a sedere al bancone del nostro Nero Cafè e, tra un bicchiere e l’altro, a scambiare qualche parola su Rusty Dogs e fumetti.

[Nero Cafè] Rusty Dogs è in circolazione da più di un anno, riscuotendo consenso e successi. Come immagini questo progetto in futuro, diciamo tra cinque anni?

[Emiliano Longobardi] Innanzitutto spero che sia più che concluso. E lo dico solo perché - nella mia testa - Rusty Dogs ha in effetti una sua chiusura ideale con un ultimo episodio scritto e realizzato appositamente per mettere un punto ben chiaro sulla serie. Nel momento in cui il progetto sarà ancora più strutturato redazionalmente (leggi: quando sarà in cantiere un numero di storie tale da poterci sbilanciare su una data sufficientemente precisa di conclusione) magari ci potremo porre tutta un'altra serie di obiettivi che - in questo momento - potrei elencare giusto per gioco, ma è davvero troppo presto per parlarne e preferisco concentrarmi su ciò che c'è e su ciò che deve esserci piuttosto che su ciò che potrebbe esserci in futuro.




[NC] Ritieni che avere un punto d'arrivo già stabilito, almeno idealmente, ti aiuti a portare avanti il progetto? Te lo chiedo perché immagino che il non avere scadenze editoriali e tutti gli altri impegni professionali possano influire sul lavoro che Rusty Dogs richiede.

[EL] Influiscono eccome, soprattutto quando uno paga l'inesperienza che posso avere io non solo come sceneggiatore, ma anche a livello di gestione/programmazione redazionale. Per rispondere alla tua domanda, comunque, sì: avere un punto d'arrivo aiuta. Ma si tratta di un punto d'arrivo che è nato insieme all'idea stessa di Rusty Dogs e che sarà uno degli elementi chiave di tutto il progetto. Come sempre, poi, il resto lo farà il punto di equilibrio che spero di raggiungere fra intenzione ed effettiva realizzazione.

Lo Speciale Rusty Dogs prosegue sul prossimo numero di From Hell.


(Nero Cafè - Marco Battaglia)

giovedì 10 febbraio 2011

Reality Nero

Reality nero di Ian Rankin e Werther Dell’Edera (Planeta DeAgostini)

“Qualunque cosa ci stia capitando ha a che fare con la morte. Vi prego di concentrarvi su questo. Questi fenomeni sono collegati a voi in qualche modo. Non sono casuali.”

In questo numero di From Hell ci permettiamo un’ammiccata all’horror, con questo Reality Nero, uscito in Italia per Planeta DeAgostini, che ha per protagonista John Constantine.

Per chi non lo conoscesse, Constantine è uno dei più celebri personaggi Dc Vertigo, creato nei lontani anni ’80 sulle pagine di Swamp Thing da quell’incomparabile genio di nome Alan Moore. Personaggio dalle molte sfaccettature, protagonista della serie Hellblazer, John Constantine non è un “detective dell’occulto” (come viene, a mio parere impropriamente, definito nella quarta di copertina di Reality Nero); è piuttosto uno che nell’occulto è entrato per curiosità e divertimento, e ne è rimasto invischiato per sempre. Espressione della classe popolare, fortemente critico verso l’autorità costituita, Constantine ha sempre dato il meglio di sé quando raccontato da autori al vetriolo come Jamie Delano, Garth Ennis o Warren Ellis (anche se quest’ultimo ha lasciato la serie dopo poco tempo, lamentando qualche problema di censura).

In Reality Nero di Rankin e Dell’Edera, Constantine deve affrontare quello che è un vero orrore quotidiano: i reality. Casa stregata è lo show televisivo del momento: i concorrenti devono sopravvivere alle paure giostrate ad arte dai produttori del programma e cercare nel frattempo la stanza segreta, che porterà chi la trova alla vittoria. Quando la casa inizierà a reagire e spaventare gli abitanti per conto proprio, la produzione chiederà l’aiuto di Constantine per scoprire cosa sta accadendo.

Ian Rankin, scozzese, è un affermato scrittore di gialli alla sua prima graphic novel. In questo Reality Nero l’idea di base c’è e si vede. Dare un prospettiva contemporanea a un tema classico dell’horror come una casa infestata, mettendoci dentro concorrenti, confessionali e ascolti TV, è un ottimo spunto, ma non posso dire di aver gradito come questo sia stato svolto. Nulla da dire sulla prima parte del libro, in cui la carica critica di Constantine nei confronti dei reality e del business che li circonda si fa sentire. Il problema è dato, invece, dal cambio di tono della seconda parte (sottolineato anche con il passaggio da pagine bianche a pagine nere), che, con i suoi sviluppi “orrorifici” e una storia che perde di linearità, annulla in parte l’impatto critico ottenuto all’inizio.

La sensazione è che, con tanto potenziale, si potesse fare molto di più.

Ottimi i disegni dell’italiano Werther Dell’Edera: un tratto netto, in bianco e nero, per tavole dal contenuto essenziale, anche se talvolta la carenza di dettagli rischia di rendere l’ambientazione troppo asettica.

Una storia che dà qualche momento di intrattenimento, ma che non aggiunge molto al personaggio di Constantine. Una buona lettura, ma prescindibile per chi non sia un fan di Hellblazer.

(Nero Cafè - Marco Battaglia)


venerdì 28 gennaio 2011

Ricca da morire

Nuovo numero della Rubrica From Hell di Marco Battaglia, dedicata al fumetto di genere:

Ricca da morire di Brian Azzarello e Victor Santos (Panini Comics)

“Dimmi, Pup, hai mai avuto la sensazione che la vita si stia rialzando i pantaloni?”
“Che diavolo vuoi dire?”
“Che abbia finito di cagarti addosso.”
“No. No, mai avuto quella sensazione. E mi spiace per chi può sentirla.”
“Perché?”
“Perché non saprebbe da dove arriva davvero tutta quella merda.”

Richard “Junk” Junkin ha un passato da vincitore. Era la stella del football che non sbagliava una partita, colui che, a detta di tutti, era destinato a grandi cose. E ora, a tre anni dall’infortunio e dalle dicerie su una storia di scommesse che gli rovinarono la carriera, Junk si ritrova a vendere auto, considerato da tutti un perdente nella vita e nel lavoro. Vive nel rimpianto di ciò che ha perso e in attesa dell’occasione di riscattarsi. E un giorno l’occasione arriva. Il capo gli chiede di badare alla bella, ricca e troppo esuberante figlia Victoria, per tenerla lontana dagli scoop dei giornali scandalistici.

È così che Junk si ritrova in un mondo che non è il suo, pur di risalire la china del successo personale. Ma sarà solo una discesa in un gorgo di falsità, raggiri e omicidi.
Chi conosce Brian Azzarello, e magari ha letto il suo 100 Bullets, o il suo ciclo di storie su Hellblazer, dovrebbe conoscere anche la sua capacità di scavare nel marcio dell’animo umano, nonché la sua abilità nel tratteggiare personaggi moralmente ambigui. Ed è proprio nei personaggi, la forza di questo Ricca da morire. Capiamo subito che Junk, il nostro antieroe protagonista, è un ipocrita deluso dalla vita, eppure vediamo che non è cattivo. È per questo che riesce a sorprenderci quando, trascinato dalle circostanze, dall’ambizione e in piccola parte dai sentimenti, vediamo cosa è in grado di fare.

L’ambiguità del personaggio è suggerita anche dai due diminutivi con cui viene chiamato nel corso del libro: “Rich” e “Junk”, in inglese “ricco” e “spazzatura”, da cui anche il gioco di parole nel titolo originale, perso con la traduzione: Filthy Rich, letteralmente “sporco ricco”. Gli altri personaggi non sono da meno. Azzarello mostra un mondo dove tutti sono schiavi dell’ambizione e dell’invidia e l’unica figura positiva della storia viene tradita e abbandonata. In particolare, è un tocco di classe il ritratto dei rivenditori di macchine, che emerge quale categoria di bugiardi pronti a pugnalarsi dietro le spalle l’un l’altro a ogni occasione.


In realtà, il lettore di noir smaliziato, una volta compreso il vero ruolo dei personaggi nella vicenda, non riceverà più particolari sorprese e capirà dove si sta andando a parare. Tuttavia l’autore è capace di costruire una storia a spirale, che parte lenta e finisce per attrarre e risucchiare, non solo il protagonista, ma anche il lettore, in un vortice di bassezze umane.

I disegni di Victor Santos, pur suggerendo uno stile un po’ datato, o forse proprio per questa ragione, rendono al meglio le atmosfere noir del libro, anche grazie ai tagli netti tra luce e ombra.

Un’opera che vale la pena leggere, se non per la storia, almeno per quella sensazione che dà il riconoscersi nelle ambiguità, nelle contraddizioni e nei vizi dei personaggi di Azzarello.

(Nero Cafè - Marco Battaglia)


mercoledì 19 gennaio 2011

Graphic Novel: L'esecutore

Una donna che scappa nella foresta, un brutale omicidio, parole di scusa sussurrate in un’auto in fiamme. Così comincia “L’esecutore”, scritto da Jon Evans e disegnato da Andrea Mutti, uscito negli Stati Uniti per DC Vertigo Crime e pubblicato in Italia da Panini Comics, nella collana Panini Noir.

Joe Ullen è una star della NHL, la cui carriera è stata rovinata da un incidente al ginocchio. Non vede Elora, il suo paese natio, da molti anni, eppure decide di tornare quando viene inaspettatamente nominato esecutore testamentario di Miriam, la sua ragazza ai tempi del liceo. Joe ci metterà poco a capire che la morte di Miriam non è stata un incidente e tantomeno un suicidio. Oscuri segreti del passato di Joe e di alcuni cittadini di Elora torneranno a galla e non potranno più essere tenuti nascosti.


Jon Evans, canadese, giornalista e autore di thriller alla sua prima prova con il medium fumettistico, ci regala una storia nera sul rimorso, sui segreti, su un passato che è impossibile fingere di dimenticare.

I personaggi di questa vicenda ricalcano gli stilemi della letteratura noir, senza risultare tuttavia stereotipati: c’è il protagonista, Joe, l’eroe tragico che ha perso tutto all’apice del successo, Miriam, l’amore perduto il cui “fantasma” aleggia talvolta tra le pagine del libro, Dia, la donna forte e coraggiosa, al di là della legge. Intorno a loro si muovono gli altri comprimari, simbolo del vizio e della cattiveria che la provincia può nascondere.

A far da sfondo alla storia troviamo un sottotesto razziale in cui le incomprensioni tra bianchi e nativi americani giocano il loro ruolo.

Andrea Mutti appartiene a quel gruppo di disegnatori italiani (tra cui Gabriele Dell’Otto, per fare un altro esempio illustre) che ci fa fare bella figura oltreoceano. Le tavole di Mutti, spesso giocate sulla contrapposizione tra nero e bianco, ci mostrano al contrario una storia in cui i confini tra buoni e cattivi non sono mai netti. Le lunghe ombre che coprono i personaggi non sembrano causate dalla luce, ma dal male e dalla colpa che si annidano nelle anime di ciascuno di loro.

Una parola a parte va spesa per la copertina di Lee Bermejo. Se non è in grado di inquietarvi questa, allora non so proprio cosa possa farlo.

Nel complesso una buona graphic novel, che non deluderà gli amanti del noir.
(Nero Cafè - Marco Battaglia)


Esordio di Marco Battaglia su Nero Cafè, che si occuperà del mondo delle graphic novels, al quale intendiamo dare spazio attraverso diverse iniziative.
Marco Battaglia scrive poesie, racconti e canzoni. E' tra gli autori inclusi in "Almanacco Luttazzi della Nuova Satira Italiana 2010", edito da Feltrinelli, nonchè fresco vincitore del premio Scheletri "300 parole per un incubo". Il suo racconto "Vento Cattivo" verrà pubblicato nell'antologia della Delos Books "365 Racconti Horror per un Anno". Suona chitarra e basso, si è sempre interessato di tutto ciò che è leggibile.
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